“Una volta educare era più semplice.”
È una frase che sentiamo spesso.
E forse, in parte, è vero.
Non perché i bambini di oggi siano più difficili.
Non perché i genitori di ieri fossero più capaci.
Forse, semplicemente, avevamo meno possibilità tra cui scegliere.
Per molto tempo, infatti, essere madre, essere padre ed educare un figlio hanno avuto significati piuttosto definiti. I ruoli erano più chiaramente distinti e, insieme ai ruoli, erano più chiari anche i comportamenti che ci si aspettava da ciascun genitore.
Oggi quello schema si è profondamente trasformato.
E quando cambia il paradigma attraverso cui guardiamo alla genitorialità, cambia anche il modo in cui ci troviamo a educare.
Quando educare aveva ruoli più definiti
Con l'industrializzazione dell'Ottocento e, soprattutto, nel corso del Novecento, si consolida in molte società occidentali un modello familiare nel quale i compiti di uomini e donne sono fortemente differenziati.
Il padre è prevalentemente colui che provvede economicamente alla famiglia, mentre la madre si occupa in misura maggiore della casa e della cura quotidiana dei figli.
La cura quotidiana, l'accudimento, la scuola, la gestione delle emozioni e della vita familiare erano prevalentemente affidati alle madri.
Al padre spettava più frequentemente un'altra funzione: rappresentare l'autorità, stabilire i limiti, trasmettere regole e valori.
Non erano semplicemente due adulti che educavano insieme.
Avevano funzioni differenti e culturalmente definite.
Il padre e l'autorità
In questo contesto si comprende anche perché, per molto tempo, alla figura paterna sia stata associata l'autorità.
Qui è importante fare una distinzione.
Autoritario non significa semplicemente “severo”.
In psicologia dello sviluppo, lo stile autoritario indica una modalità genitoriale caratterizzata da alte richieste e da una minore responsività: il genitore stabilisce ciò che deve essere fatto, pretende conformità e attribuisce grande valore all'obbedienza, lasciando meno spazio al punto di vista e all'autonomia del bambino.
È diverso dall'essere autorevoli.
Un genitore autorevole può stabilire limiti, dire dei no e mantenere delle regole, ma contemporaneamente considera il bambino una persona, ascolta, spiega, sostiene l'autonomia e tiene conto dei suoi bisogni.
Quando la paura era uno strumento educativo
Per generazioni, una parte dell'educazione si è fondata sull'idea che il bambino dovesse obbedire all'adulto.
Non necessariamente perché l'adulto fosse in grado di spiegare sempre il perché di una regola.
Semplicemente perché era l'adulto.
E, in molti contesti, la paura delle conseguenze rappresentava uno strumento educativo:
“Devi farlo perché lo dico io.”
Era un sistema nel quale il confine tra autorità, disciplina, obbedienza e paura poteva diventare molto sottile.
Ma aveva una caratteristica che oggi forse ci manca:
era un sistema riconoscibile.
Che cos'è un paradigma?
La parola paradigma deriva dal greco parádeigma, “modello”, “esempio”, “schema di riferimento”.
Un paradigma è una sorta di cornice invisibile che ci dice cosa è normale, cosa è giusto, cosa ci si aspetta da noi e come interpretare ciò che accade.
Per molto tempo il paradigma educativo dominante è stato, semplificando, quello dell'adulto che guida e del bambino che obbedisce.
Oggi quella cornice non è più così solida.
E poi qualcosa è cambiato
Nel corso del Novecento, e soprattutto nella seconda metà del secolo, la divisione tradizionale dei ruoli familiari ha iniziato a modificarsi profondamente.
L'ingresso sempre maggiore delle donne nel mondo del lavoro, i cambiamenti culturali e sociali e una nuova attenzione allo sviluppo psicologico del bambino hanno contribuito a ridefinire anche il ruolo paterno.
Il padre comincia a diventare sempre più presente: durante la gravidanza, alla nascita, nella cura, nelle notti, nella scuola, nelle emozioni e nelle decisioni educative.
E questo cambiamento è ancora in corso.
Oggi, molto più spesso, madri e padri sono entrambi chiamati a educare.
Entrambi devono decidere.
Entrambi devono interrogarsi.
Devo dire di sì o di no?
Quanto posso lasciare libero mio figlio?
Dove devo mettere un limite?
Questa regola serve davvero?
Sto ascoltando mio figlio o sto semplicemente cercando di farmi obbedire?
Abbiamo guadagnato moltissima consapevolezza, ma abbiamo perso alcuni automatismi.
Non abbiamo più necessariamente un unico modello condiviso.
Prima molte risposte erano già scritte.
Oggi dobbiamo, molto più spesso, cercarle.
E cercarle significa confrontarci con noi stessi, con la nostra storia, con il modo in cui siamo stati educati e con ciò che vogliamo trasmettere ai nostri figli.
Significa accorgerci che possiamo amare profondamente nostro figlio e, nello stesso momento, essere arrabbiati con lui.
Che possiamo stabilire un limite senza umiliarlo.
Che possiamo dire di no senza usare la paura.
Che possiamo essere autorevoli senza diventare autoritari.
La vera trasformazione può allora essere vista nel passaggio da un modello che ci diceva cosa fare a una genitorialità che ci chiede di comprendere perché lo facciamo.
Non avere più un unico paradigma significa dover costruire, giorno dopo giorno, il nostro.
Insieme ai nostri figli.
Un percorso per la genitorialità
A volte, per costruire il proprio modo di essere genitori, può essere utile fermarsi, osservare ciò che accade nella propria famiglia e trovare nuovi strumenti per affrontare la quotidianità.
È questo il senso del sostegno alla genitorialità: non trovare un metodo perfetto per educare i figli, ma avere uno spazio in cui interrogarsi, comprendere ciò che accade e costruire modalità più consapevoli di stare nella relazione.
A Mairuna puoi approfondire il percorso di sostegno alla genitorialità a Udine, dedicato a madri, padri e coppie che desiderano trovare nuovi strumenti per affrontare il proprio cammino educativo.
Perché educare non significa avere sempre la risposta giusta.
Significa anche imparare a cercarla.